Un tempo mi infastidivano alquanto le persone che non rispondevano ai miei messaggi o non sapevano esprimere gratitudine per i doni e le attenzioni ricevute da me, perché percepivo quell’assordante silenzio come una lapidaria sentenza, ovvero “il tuo mondo non mi interessa”. Col tempo ho compreso che le modalità usate dagli altri nella comunicazione sono legittime quanto quelle che il mio ego riconosce come uniche e perfette, ed ho capito che ogni essere umano fa sempre del proprio meglio dal livello di coscienza che ha. Questo approdo mi consente di essere sempre meno toccato dall’agire altrui, di avere il mio punto di vista e valutare tecnicamente accadimenti e persone senza coinvolgimenti emotivi, per poi scegliere da quale livello relazionarmi. Il conflitto e la sofferenza sorgono quando giudico sbagliati o inappropriati i comportamenti della persona con cui sto interagendo, perché a mio parere non incarnano l’azione più saggia che potrebbe essere agita. Questo finisce per farmi pensare che l’altro è superficiale e mi dà per scontato. Ricordo che a un seminario sul bambino interiore, l’insegnante disse a tutti i presenti una frase che mi è rimasta scolpita dentro: «Non dare la tua intimità a chi non te ne fa esplicita richiesta o a persone che non sarebbero in grado di poterla apprezzare o ricevere, perché poi il tuo bimbo ne soffre».
Dal mio libro “L’Indicibile di me stesso”.