Non c’è mai nulla da buttare in toto…
“Se non stiamo offrendo al mondo una risposta che viene dal cuore, saremo artefici di reazioni scomposte e ostili che andranno ad aumentare la carica di odio presente sulla terra. Anche quando ci indigniamo per qualche misfatto altrui stiamo cospargendo il seme dell’ostilità, perché la “Pace” non passa di certo dalla contrapposizione delle opinioni. Il mio risentimento verso la Chiesa di Roma è un ottimo cattivo esempio. Il traguardo, una volta raggiunto conduce all’esternazione delle proprie valutazioni senza alcuna identificazione, posizionandosi dietro le quinte in modo che la nostra comunicazione non riverberi rabbia e altre emozioni “tossiche”. Quando sono centrato mi dispiego verso gli altri da uno stato di imperturbabilità e la mia interazione ha per scopo la pace. Ma non c’è mai nulla da buttare in toto e per la nostra evoluzione a volte può essere necessario giocare ruoli che temiamo, agire emozioni che non ci siamo mai permessi di sentire e ancora più di esprimere, ad esempio la collera. Quando avevo quindici anni nella mia compagnia c’era un amico che mi prendeva sempre in giro; a suo modo mi voleva bene ma al contempo mi punzecchiava continuamente, ed io ogni volta subivo i suoi soprusi senza batter ciglia, perché lo temevo e mi sentivo debole e codardo. Ma un giorno, al culmine dell’esasperazione gli ruppi un ombrello in testa, e lui, incredulo e con il capo sanguinante, non solo non fece assolutamente nulla e incassò il colpo in silenzio, ma da quel giorno mi rispettò. Continuando con esempi di vita reale, sono riuscito a porre fine ai continui soprusi che un Maitre di sala agiva nei miei riguardi soltanto quando lo stoppai e gli urlai ferocemente tutto quello che pensavo di lui, ciò che mai avevo avuto il coraggio di esternare per paura di subire ritorsioni. All’epoca lavoravo come cameriere di sala in un lussuoso albergo di Milano Marittima. Da quel giorno la nostra relazione si armonizzò: probabilmente dovevo liberarmi della mia paura verso chi incarna l’autorità. E qui apro una breve parentesi: secondo il paradigma non duale dell’Advaita Vedanta e di “Un Corso in Miracoli”, ciò che viviamo corrisponde sempre ad un nostro stato di coscienza e ciò che sembra accaderci in realtà l’abbiamo chiesto e lo riceviamo come richiesto. Ma come applicarlo al fatto appena descritto? Quel caposala era in conflitto con la totalità dei colleghi, temuto da tutti in quanto animato da forti pulsioni di vendetta e dall’istinto di punire a prescindere. Lui non era assolutamente conscio di queste sue attitudini, moti inconsci innescati da un probabile complesso di inferiorità. Quindi occorre dedurne che io e gli altri subalterni eravamo tutte vittime alla ricerca di un carnefice? E che tutti noi avevamo problemi nei riguardi di chi incarna l’autorità e chiedevamo di essere puniti? Può essere…
Dal mio libro L’indicibile di me stesso