LA TRAPPOLA DEL DISTACCO-DI FRANCESCO GIACOVAZZO

A seguito di un mio articolo sul lavoro alchemico interiore, una lettrice mi ha chiesto se la pratica del distacco facesse parte del lavoro su di sé. Le ho risposto che la pratica del distacco è inutile se non pericolosa. Qui spiego il perché.

Ho sostenuto e sostengo che tutto il lavoro su di sé inizia e finisce con la pratica del Ricordo di Sé, ossia dell’osservazione pura, senza nessun giudizio o aspettativa del tuo mondo interiore in rapporto con il mondo esteriore. Mentre compi qualsiasi azione, porta la tua attenzione a ciò che stai facendo e a te stesso che la stai facendo. Questa pratica è antichissima e il suo potere è incommensurabile.

Ad una conferenza ho detto che per riconoscere che si sta dormendo – ossia che si sta vivendo in uno stato di automatismo, vittime degli impulsi della nostra macchina biologica, bisogna ricordarsi di sé e per potersi risvegliare… bisogna ricordarsi di sé. Di più non c’è.

Ovviamente detta così sembra riduttivo ma le implicazioni collaterali di questa pratica sono enormi e inimmaginabili. Innanzitutto quando cominciamo ad osservarci, ad essere presenti, come testimoni disincantati su una rocca, iniziamo gradualmente a prendere coscienza dell’impermanenza di tutte le cose. Niente è stabile, tutto muta: i pensieri, le emozioni, le stagioni, gli esseri umani, la vita. Tutto cambia. Questa è la prima grande conquista che facciamo attraverso il Ricordo di Sé. Sembra poco ma non lo è per niente.

La vera saggezza consiste nella costante consapevolezza del continuo cambiamento di tutte le cose. Questa verità ci è nota da migliaia di anni ma fin quando non diventa esperienza diretta e personale è sterile, inutile. Questa comprensione è in grado di eliminare molta sofferenza dalle nostre vite e soprattutto ci permette di gestire meglio gli eventi quotidiani senza creare inutile dolore e resistenza.

Una delle prime conseguenze di questa presa di coscienza è proprio il progressivo non attaccamento a nulla. Badate bene, ho scritto non attaccamento, non distacco che sono due cose diverse. Il non attaccamento significa lasciare andare la paura della perdita, e questo ci da la possibilità di godere ciò che stiamo vivendo. Abbandonando l’attaccamento si ottiene una grande libertà su tutte le cose: le puoi avere per un po’ senza che loro ti posseggano. Questo è potere. Il distacco invece è un imposizione, è un limitarsi, un rinunciare, e si sa che ciò a cui ci si oppone persiste.

Il non attaccamento di cui sto parlando nasce dalla comprensione, è una fioritura della consapevolezza, non è un fare, non lo puoi praticare.

Il non attaccamento, come l’umiltà, non possono essere coltivati: se coltiviamo l’umiltà ovviamente è perché non siamo umili e una mente vanitosa, per quanto si sforzi, non può diventare improvvisamente umile anche se medita 24 ore al giorno.

Come diceva Krishnamurti: “L’umiltà che si conquista attraverso uno sforzo cessa di essere umiltà. Una mente che si fa umile non è più una mente umile.”

Solo dalla comprensione della realtà può nascere qualcosa come l’umiltà e il non attaccamento. Se riconosco che niente dura, se lo riconosco con tutto me stesso allora automaticamente non mi ci attacco. Praticare il distacco come una disciplina è praticamente solo un diversivo della nostra importanza personale, un altro trastullo dell’ego.

Il non attaccamento è la conseguenza del nostro vedere e non la causa, come alcuni paraguru sostengono!

Quando riconosciamo la precarietà di tutte le cose e automaticamente ce ne distacchiamo, succede un’altra cosa ancora più interessante: siamo in grado di apprezzare ogni singola cosa per quella che è senza nessuna bramosia. Siamo in grado di amarla senza attaccamento e questa è l’ultima tappa del risveglio, l’essenza dello stato di buddhità, l’illuminazione, l’apertura del cuore, che come un fiore sboccia da solo, all’improvviso e realizzi che tutto è solo un’unica cosa. Ma per arrivare fino a questo punto non c’è nessun compromesso, nessun sotterfugio, solo la comprensione di ciò che è e che si realizza attraverso una costante presenza interiore.

Essere presenti è il segreto degli alchimisti il resto è solo masturbazione. Non puoi importi di amare o di distaccarti o di considerare che tutto è transitorio, l’illuminazione non è il prodotto finale di pratiche spirituali o di rinunce. Essa non è una conquista, non è una virtù da coltivarsi.

Sempre Krishnamurti diceva “Una virtù che sia da coltivarsi cessa di essere virtù, perché in questo caso non è che un’altra forma di conquista, un primato da battere. Una virtù coltivata non è abnegazione, ma asserzione negativa dell’io. (…) Non si può diventare umili. Nel semplice divenire è la continuazione dell’importanza di sé, la quale si nasconde nell’esercizio di una virtù.”

Ecco perché considero la pratica del distacco inutile e pericolosa perché ci fa credere di essere progrediti, di essere più spirituali ma in realtà ci stiamo solo illudendo. Ho conosciuto diverse persone che dicono di essersi distaccate dalle cose mondane e però giudicano chi invece è ancora prigioniero della materia. Queste persone in realtà sono molto attaccate alla loro idea di perfezione e di santità e sono i peggiori profeti della verità.

Un individuo che non è attaccato a nulla è semplicemente una persona sobria che ha imparato a godere di ogni cosa senza usurparla. Il suo animo è leggero e sorride come un bambino e questo lo rende inaccessibile.

Si, proprio così e io questa cosa l’ho capita grazie a uno dei miei più importanti maestri, Carlos Castaneda.

Ecco cosa gli insegna un giorno Don Juan:

“Ti ho già detto che essere inaccessibile non significa nascondersi o segregarsi”, disse con calma. “Non significa neppure che tu non debba aver rapporti con gli altri. Un cacciatore usa il mondo moderatamente e con tenerezza, senza badare se il mondo possa essere cose, o piante,o animali, o persone, o potere. Un cacciatore tratta intimamente col proprio mondo eppure è inaccessibile a quello stesso mondo”.

“Questa è una contraddizione”, dissi. “Non può essere inaccessibile se è nel suo mondo, ora dopo ora, giorno dopo giorno”.

“Non hai capito”, disse don Juan pazientemente. “Il cacciatore è inaccessibile perché non spreme il mondo fino a deformarlo. Lo tocca lievemente, rimane quanto deve e quindi si allontana agilmente, lasciando appena un segno”.

Questo per me significa non essere attaccati a nulla ed è l’unica vera forma di libertà che ti permette di gustarti veramente la vita.

Il resto serve solo per fare inutili seminari.

Francesco Giacovazzo, autore de “LA PIETRA DEGLI ALCHIMISTI”