Ho ricevuto due giorni fa questa appassionata lettera di un mio lettore nonché filosofo….

Caro Armando, ho appena terminato la lettura del tuo libro “Sedurre l’esistenza”… impossibile parlare di tutti gli spunti che ogni capitoletto offre. Io mi limito qui a raccontarti di alcune mie impressioni in generale. Per primo, i miei complimenti per un libro coraggioso non tanto per i contenuti quanto per lo stile, così poco “accademico” e che un lettore non avvezzo potrebbe trovare addirittura spiazzante. I miei complimenti per esserti messo a nudo, con tutti i racconti dei tuoi comportamenti non sempre giudicabili, secondo le convenzioni, corretti, ecc. ecc. questo da parte di uno scrittore è davvero molto bello: non mettersi su una cattedra..

Poi, posso dirti che anche se non condivido alcune impostazioni di base (semplicemente non le sento mie, e tra un attimo ti dirò perché) il dono migliore che secondo me rappresenta il tuo libro è di invitare a focalizzarsi sul proprio sè e riprendere a farsi domande del tipo: chi voglio essere? dove voglio andare?

Secondo me, anche chi non condividesse nulla dell’approccio olistico, comunque dalla lettura del tuo libro sarebbe stimolato a farsi queste domande. Io, che non sono totalmente da sponde opposte, anzi, comunque sono stato molto stimolato. E’ stato come una “chiamata a riprendere il discorso” su me stesso… e questo l’ho vissuto veramente come un dono da parte tua, dono di cui ti ringrazio davvero.

Infine, le domande che mi pongo sempre quando leggo di approcci esistenziali appartenenti a una formazione e una visione altra da quella su cui mi sono formato io, che sono laureato in filosofia e la insegno: da una parte, sembra che l’approccio olistico presupponga di considerare ciascuno di noi come creatore della realtà. Anche se tu prendi le distanze da approcci di questo tipo, comunque scrivi che il pensiero viene prima e modella la realtà, e che gli altri sono una proiezione di noi stessi. E’ vero, subito dopo dici poi che esiste l’imponderabile… Ecco per me l’imponderabile è semplicemente la realtà, che esiste eccome e noi non possiamo modellarla, né veniamo prima di essa.

Del resto, se gli altri sono una proiezione del proprio teatro psichico, anche io lo sono per gli altri, e allora? Saremmo tutte ombre? Naturalmente io capisco cosa intendi dire, e so che la questione non viene posta sul piano ontologico, questo lo capisco bene. Ma comunque, anche su un piano psicologico, deontologico, etico ecc. io ho sempre preferito pensare che piuttosto che modellare la realtà noi possiamo e dobbiamo modellare noi stessi di fronte a una realtà che ci sta davanti, che viene prima, e che a volte è un muro con cui ci scontriamo. Non sono convinto, ecco, che la realtà cambi in base a come la approcciamo noi. Condivido però appieno le tante pagine in cui tu scrivi che il lavoro più importante è su noi stessi, a maggior ragione del fatto che non possiamo cambiare o modellare altro che noi stessi. Il che, come tu giustamente dici, non deve portare al solipsismo o all’egoismo, ma al contrario all’apertura. Un’apertura che non deve essere dipendenza o cedimento agli altri, ma, semplicemente, apertura, ma con i piedi nostri ben piantati su chi siamo e cosa vogliamo. Non so se sia esattamente questo il tuo pensiero, mi è parso di capire che in sostanza lo sia, sicuramente è il mio, ma non ho trovato solo conferme del mio pensiero nel tuo libro, anzi. Ho trovato anche interessanti spunti di contrasto con alcune mie vedute, e queste sono sempre le cose più interessanti.

E’ bellissimo quando scrivi che rifiuti un olismo new age che sembra portare al giustificazionismo verso ogni male…. quello lo condivido appieno. Sono un antihegeliano da sempre, perché anche Hegel diceva che la realtà è un tutto dove il negativo serve solo per essere superato dal positivo. Non ho mai potuto istintivamente accettare questa posizione, che secondo me non fa giustizia del dolore che la gente prova di fronte alla morte violenta e inutile dovuta ad altri esseri umani. Secondo me il negativo e il dolore esistono e basta, non si risolvono e fanno parte della vita. Punto. Il modo con cui tu affronti questo tema, confrontandoti con gli approcci di tutta una tradizione di pensiero che è in parte il mondo da cui ti muovi, l’ho trovato veramente profondo e coraggioso.