Concordo appieno col titolo   del bellissimo manuale di comunicazione nonviolenta “Le parole sono finestre oppure muri”, di Marshall B. Rosenberg, perché le interazioni prendono strade molto diverse a seconda del film che stiamo proiettando nel momento presente; è un film d’amore e di pace oppure di guerra? Stiamo permettendo all’altro di esistere così come egli è o lo vogliamo far sentire sbagliato? Ci stiamo assumendo la responsabilità delle nostre percezioni, ovvero siamo consci del fatto che la stessa frase che ci ha fatto imbestialire potrebbe lasciare del tutto indifferente un altro, e che quindi ci facciamo tutto da soli tramite il nostro sistema personale di decodifica del mondo e degli altri? Perché la comunicazione fra individui è spesso foriera di equivoci? Suvvia…ammettiamolo.. a volte, seppur animati dalle migliori intenzioni, alcune interazioni prendono le sembianze di un dialogo fra sordi o addirittura sfociano in vere e proprie litigate con scambio reciproco di accuse;  e così, imbronciati dentro, possiamo solo prendere atto che il tentativo di creare un ponte verso l’altro è andato a farsi benedire, con conseguenze di varia entità.  Il punto cruciale dell’intera faccenda, a mio avviso è il meccanismo della proiezione. La proiezione fa la percezione, come insegna “Un Corso In Miracoli”, ma questo cosa sta a significare nei fatti?  (sorry ma dovreai attendere il 2016, quando uscirà il mio prossimo libro, di cui fa parte questa considerazione)