CHATTANDO L’ANIMA STANO IL MIO EGO
Sperimentando in chat non sempre riuscivo ad esprimermi con l’intento di creare valore e non far sentire l’altro sbagliato, soprattutto quando ricevevo risposte che il mio ego percepiva come attacchi o che esprimevano concezioni che ritenevo frutto di una mente imbecille.
C’è un abisso fra il sentirsi lontani dall’opinione ricevuta e rimanere comunque in pacifica distensione e apertura, e il cercare di confutare le convinzioni dell’altro con la pretesa di avere ragione! Il segreto è la non difesa del proprio punto di vista. Esporre ciò che pensiamo senza alcuna emozionalità. Non è poi così difficile snidare l’ego nel nostro relazionarci, basta osservare se siamo accoglienti e benevolenti o invece alla ricerca di ciò che non va nell’altro, che non corrisponde ai nostri criteri di giusto/sbagliato, intelligente/cretino e via elencando. Come dice Marianne Williamson: «Il miracolo è la disponibilità a tenere aperto il cuore a prescindere da ciò che accade all’esterno».
Se non stiamo offrendo al mondo una risposta che viene dal cuore, saremo artefici di reazioni scomposte e ostili che andranno ad aumentare la carica di odio presente sulla terra. Anche quando ci indigniamo per qualche misfatto altrui stiamo cospargendo il seme dell’ostilità, perché la “Pace” non passa di certo dalla contrapposizione delle opinioni. Il mio risentimento verso la Chiesa di Roma è un ottimo cattivo esempio. Il traguardo, una volta raggiunto conduce all’esternazione delle proprie valutazioni senza alcuna identificazione, posizionandosi dietro le quinte in modo che la nostra comunicazione non riverberi rabbia e altre emozioni “tossiche”. Quando sono centrato mi dispiego verso gli altri da uno stato di imperturbabilità e la mia interazione ha per scopo la pace. Ma non c’è mai nulla da buttare in toto e per la nostra evoluzione a volte può essere necessario giocare ruoli che temiamo, agire emozioni che non ci siamo mai permessi di sentire e ancora più di esprimere, ad esempio la collera. Quando avevo quindici anni nella mia compagnia c’era un amico che mi prendeva sempre in giro; a suo modo mi voleva bene ma al contempo mi punzecchiava continuamente, ed io ogni volta subivo i suoi soprusi senza batter ciglia, perché lo temevo e mi sentivo debole e codardo. Ma un giorno, al culmine dell’esasperazione gli ruppi un ombrello in testa, e lui, incredulo e con il capo sanguinante, non solo non fece assolutamente nulla e incassò il colpo in silenzio, ma da quel giorno mi rispettò. Continuando con esempi di vita reale, sono riuscito a porre fine ai continui soprusi che un Maitre di sala agiva nei miei riguardi soltanto quando lo stoppai e gli urlai ferocemente tutto quello che pensavo di lui, ciò che mai avevo avuto il coraggio di esternare per paura di subire ritorsioni. All’epoca lavoravo come cameriere di sala in un lussuoso albergo di Milano Marittima. Da quel giorno la nostra relazione si armonizzò: probabilmente dovevo liberarmi della mia paura verso chi incarna l’autorità. E qui apro una breve parentesi: secondo il paradigma non duale dell’Advaita Vedanta e di “Un Corso in Miracoli”, ciò che viviamo corrisponde sempre ad un nostro stato di coscienza e ciò che sembra accaderci in realtà l’abbiamo chiesto e lo riceviamo come richiesto. Ma come applicarlo al fatto appena descritto? Quel caposala era in conflitto con la totalità dei colleghi, temuto da tutti in quanto animato da forti pulsioni di vendetta e dall’istinto di punire a prescindere. Lui non era assolutamente conscio di queste sue attitudini, moti inconsci innescati da un probabile complesso di inferiorità. Quindi occorre dedurne che io e gli altri subalterni eravamo tutte vittime alla ricerca di un carnefice? E che tutti noi avevamo problemi nei riguardi di chi incarna l’autorità e chiedevamo di essere puniti? Può essere…
“Chattando” mi sono allenato a capire quale tipo di energia cova sotto l’espressione verbale; spesso non sono tanto le parole usate che possono ferire l’altro e creare attriti, quanto il tipo di vibrazione, il segnale che arriva alla persona con cui ci stiamo relazionando, e questo vale per ogni tipo di comunicazione. Navigando in rete ho incrociato molte persone interessanti, evolute, e anche tante anime infelici e frustrate, ignare di essere in fuga da se stesse e di non riuscire a pensarsi come individui, in quanto il loro concetto di identità richiede un partner. Dati alla mano, è cosa nota che molte persone muoiono poco dopo il proprio pensionamento o la morte del coniuge, oppure cadono in profonda depressione non riuscendo più a trovare un senso e una forza propulsiva che li motivi a restare su questa terra. Perché questo? Da un lato perché tali individui si sono sempre identificati soltanto nei ruoli che ricoprivano in seno alla società, ovvero: sono la moglie di, la mamma di, il marito di, sono un ferroviere, un bancario, eccetera…. Dall’altro perché molte coppie vivono relazioni esclusivistiche e dedicano poco o nessun tempo agli altri e a se stessi, sicuramente influenzate da una società che certo non spinge a coltivare spazi privati e interessi che abbiano come fine l’evoluzione personale ed il proprio benessere interiore.
TRATTO DAL MIO LIBRO “L’INDICIBILE DI ME STESSO).